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Biodiversità Come si salvò il carciofo spinoso di Menfi di Mariella Caruso - 04/06/2013

Tutto cominciò con una folgorazione. Qualche anno fa durante un convegno il dottore in Agraria, Calogero Romano da Menfi, oggi 29enne, sentì parlare Carlin Petrini, il “papà” dell’associazione Slow Food, quella del “cibo buono, pulito e giusto”. Come molti di coloro che ascoltano Petrini, il giovane Romano non rimase indifferente alle sue parole, a quella strenua difesa della biodiversità, dei saperi produttivi tradizionali e dei territori. Come il territorio di Menfi. «9000 ettari di terra scura, soleggiata, che passano da 100 a circa 400 metri sul livello del mare dei quali oltre 600 coltivati a carciofo», come racconta oggi il sito che mappa il carciofo spinoso di Menfi tra i presìdi italiani di Slow Food. Quando Calogero Romano, attualmente il presidente dell’associazione dei produttori del carciofo spinoso di Menfi, venne folgorato dalla filosofia di Petrini, la coltivazione di quella varietà di carciofo sembrava destinata a scomparire. Le spine, la scarsa resa economica, l’avvento di specie più semplici da coltivare erano un ostacolo alla produzione nonostante l’aroma, la delicatezza e la croccantezza di questa specie. A mettere fine all’oblio del carciofo spinoso di Menfi, però, ecco arrivare Calogero Romano che, dopo l’incontro con Petrini, cominciò a lavorare per salvaguardare la produzione del carciofo spinoso «per il suo legame storico e culturale col territorio e perché – spiega – questa varietà la coltivavano anche i miei nonni».

 

Nessun sogno in grande. «So bene che lo “spinoso” non ha la stessa produttività e la stessa resa economica delle altre varietà che vanno per la maggiore nel nostro territorio, ma questo non mi ha fermato», continua il presidente dell’associazione dei produttori che si spende anche per la promozione del prodotto che, oltre ad essere commercializzato fresco, viene trasformato. «Fino a questo momento la commercializzazione di questa varietà di carciofo coltivata nelle aree agricole ricadenti tra i fiumi Belice e Carboj è limitata al mercato locale e a quelli di Palermo, Trapani e Agrigento – sottolinea -. Il nostro obiettivo, però, è riuscire a farlo conoscere in altre aree per poter ampliare la produzione», aggiunge. Per questo lo stand del presìdio del carciofo spinoso di Menfi non manca mai nelle manifestazione organizzate da Slow Food come Slow Fish, la manifestazione internazionale totalmente dedicata al mondo ittico e alle sue problematiche svoltasi dal 9 al 12 maggio al Porto Antico di Genova.

 

«Il 5% della produzione lo vendiamo al mercato all’ingrosso – racconta Romano -, il resto viene trasformato in spicchi che conserviamo in olio d’oliva di Nocellara del Belice di nostra produzione e in paté aromatizzati alla menta, al finocchietto e al prezzemolo». Ad essere impegnati nella coltivazione del carciofo spinoso di Menfi sono otto produttori che gli una superficie di nicchia di poco meno di 14 ettari. Sono cinquemila all’anno i vasetti realizzati artigianalmente dagli stessi produttori. «Tra il campo e la trasformazione siamo in dieci uomini e cinque donne a dedicarci al carciofo spinoso. Ma, ovviamente – conclude Calogero Romano che, oltre a essere un agricoltore e il presidente dell’Associazione, è anche un precario ‘borsista’ in Orticoltura alla facoltà di Agraria dell’Università di Palermo - non possiamo farlo come attività principale».

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